Nell’ambito della rassegna digitale Portiamo il teatro a casa tua, ideata e creata da Mariagrazia Innecco, vi presentiamo la nostra recensione dello spettacolo Una kermesse tutta per noi, un omaggio agli anni ’50 che incarna, attraverso l’interprete, i momenti significativi di un decennio pieno di energia e di sogni. L’autrice, che è anche l’attrice dello spettacolo è Cristina Castigliola. l’assistente alla regia è Lucia Messina, e gli arrangiamenti musicali sono a cura di Valerio Vado.
Cristina Castigliola appare in scena e porta con sé un mondo, lo porta nella voce e in certi sorrisi che traguardano sul rossetto rosso, e vanno oltre, vanno incontro alla telecamera, attirano il primo piano come una calamita il ferro. Se si fosse chiamati a scegliere un’essenza della joie de vivre, un’idea platonica con cui dare senso a un aspetto del reale, si dovrebbe pensare a questa interprete e alla sua vitalità, che ben si sposa con gli anni ’50. Non è sicuramente un caso che la sua attenzione teatrale sia andata su un periodo in cui si cominciava a scrollarsi di dosso la polvere del vecchio mondo al tempo del rock. E il sogno trovava una meritata cittadinanza nel mondo di celluloide, il mondo delle Marilyn, delle Cabirie, di un bianco e nero che sembrava fatto apposta per appenderci sopra i vestiti, freschi di bucato, dei propri desideri.
C’era sempre la speranza che potesse staccarsi dalla pellicola il proprio beniamino o la propria beniamina, come nella Rosa Purpurea del Cairo. Volutamente pin up, con un vestito rosso a pallini bianchi che diventa un perfetto stimolante somatico, una vampa accesa di una passione che non manca l’appuntamento con ogni battuta. Il personaggio fa il gioco del sé, e trova Stanislavskij negli oggetti della sua quotidianità, e una scopa può diventare un microfono, come in Shakespeare il palcoscenico un regno. C’è un’energia incontenibile in questo corpo d’attrice, un’elettricità fuori scala che nessun amperometro potrebbe registrare correttamente. Cristina canta, e quando lo fa, lascia che non solo il fiato le venga fuori, ma tutto il vento del West dell’ode di Shelley, e restituisce con la bocca il cielo, che poco prima ha mangiato cogli occhi. Il suo Sinatra è un inno alla vita aperta al sogno, alla capacità di trasmutare il reale.

Si ritorna fatalmente al concetto del sogno, perché davvero è la luce più importante, l’ideale occhio di bue che illumina questa attrice. E, con buona pace di Freud, per una volta il sogno, questo particolare sogno a occhi aperti, non è semplicemente il soddisfacimento allucinatorio di un desiderio represso, piuttosto la capacità, per scriverla alla Dante, di trattare l’ombre come cosa salda. Questo è teatro puro, è visione incarnata, attraverso dei fonemi che fanno vivere non uno, bensì più personaggi. Questa è la vita, quella evocata nell’opera Andrea Chenier nell’immortale brano cantato dalla Callas, quella che ci dice di vivere ancora, che raccoglie le nostre lacrime, che sta sul nostro cammino, che ci sorregge, e che ci dice di sorridere e di sperare. Non c’è un cedimento, non un’incertezza nell’interpretazione di Cristina: ogni parola, ogni gesto sono lo stringersi dell’anima per far posto a questa cameriera.
Questo personaggio ha tutti gli anni ’50 che le scoppiano dentro al cuore. Com’è semplice e pura, come della buona acqua di fonte, la sua recitazione; rinfresca lo spirito, arriva a far risuonare la corda dei desideri della stessa platea, che ha sicuramente un sogno, una canzone da cantare sotto la doccia, o un momento in cui vestire la realtà con un abito sgargiante degli anni ’50. Le parole del Mastroianni felliniano, “la vita è una festa, viviamola!” sono meravigliosamente tradotte in questo spettacolo, da un’attrice che ha il passo leggero, che ha la levità della piuma, perché ai piedi porta le scarpette dell’anima. Non si domanda cosa ci sia al di là dell’arcobaleno, ma ci mostra quei colori che lo compongono, e le emozioni che ognuno di essi è in grado di suscitare. Le sue corone di luce sono tutte meritate, sono la ribalta giusta per un’attrice.

Ci ricorda quanto possa essere importante, terapeutico, il gioco della recitazione, quanto regali alla vita un paio di tacchi per slanciarsi oltre le nuvole, e per cantare con la naturalezza con cui un volatile sbatte le ali. Ci si dimentica troppo spesso come, per iniziare a volare, basti intonare una canzone, non limitandosi a cantarla, ma facendo vivere tutto il mondo che contiene. E poi ci sono quegli occhi attenti, mentre meccanicamente la mano si muove nell’immancabile confezione di pop corn, occhi che divorano lo schermo, la telecamera e insieme tutta la platea, occhi che sembrano qualcosa di diverso, non appartenere più all’attrice; ma essere, a loro volta, due interpreti diversi, dotati di una propria anima individuale, con una terribile voglia di toccare il mondo guardandolo, sentirlo come lo si potrebbe sentire attraverso il contatto di un polpastrello. Ecco che Cenerentola, una cameriera, nello spettacolo, può farsi da sola la magia,
Può trasformarsi in principessa del vintage. Poco importa che anche in questo caso ci sia una sveglia a segnalare l’immancabile mezzanotte, perché il sogno non scompare mai del tutto, lascia addosso un odore, o meglio un profumo, una fragranza, è un po’ come quelle foglie d’autunno che un vento dispettoso lascia che si attacchino ai nostri abiti. E questo spettacolo dà una sensazione simile, ma lo fa in maniera gentile, con cortesia, in punta di piedi, con quell’educazione garbata degli anni ’50, con i sorrisi di mamma Marion di Happy Days, che potevano risollevare la più difficile giornata di Richie Cunningham. E i giorni felici sono la più efficace sintesi di questo riuscito lavoro teatrale: quelli non di una Winnie beckettiana, sepolta dai suoi gesti mancati, ma di un’adolescente degli anni ’50, che va incontro alla vita al ritmo di uno scatenato rock and roll.

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